Il ritratto e l’arte come linguaggio

Intervista a Marco Delogu, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra.

– Seconda puntata –

La Macchia – Un altro leitmotiv della tredicesima edizione è il rapporto fra ritratto e autoritratto. Già Dorothea Lange osservava come ogni ritratto di persona fosse in sostanza un autoritratto del fotografo; sempre nell’ambito del Festival, ce lo ricorda Antonia Mulas con la sua galleria di ritratti di familiari, amici e conoscenti. Cercare di definire noi stessi tramite l’osservazione delle persone che fanno parte del nostro mondo è il motore di forti impulsi creativi, così come lo è il tentativo paradossale di fermare una realtà che percepiamo come continuamente mutevole e sfuggente. La fotografia ha questa facoltà come caratteristica costitutiva e il memento mori di cui parlava Susan Sontag come costante rovescio della medaglia. In che modo si pone lei di fronte a tali questioni e in che modo influenzano queste il suo lavoro?

 

Delogu – Il ritratto è strettamente legato al problema della relazione. Si parte sempre dal solito punto, cioè dalla relazione che esiste tra noi e gli altri e dal perché voglio fare un ritratto a una persona. Sono sempre stato molto critico tutte le volte in cui le persone ritratte rubavano la scena al fotografo.

Assieme al lavoro di Antonia Mulas, potremmo citarne tanti altri, però diciamo che nei lavori di Antonia era molto importante questo punto di vista – in questo, le nostre sensibilità sono molto affini.

A me interessa fotografare delle persone che in qualche modo mi hanno colpito, delle persone che sono entrate in qualche modo in contatto con me o con dei miei pensieri. Potrei fare tanti esempi di come la mia attività di ritrattista, che è un po’ scemata a partire dal 2008, sia andata soltanto in una serie di direzioni, ritraendo la vita nel carcere, i cardinali, i fantini del palio, i contadini della bonifica pontina, gli ex condannati a morte in America, i compositori di musica classica contemporanea a Parigi, tutte categorie di persone queste che avevano toccato dei periodi della mia vita e contribuito all’elaborazione dei miei pensieri, assieme a vere e proprie esperienze storiche e personali come i miei anni Settanta e la paura del carcere, l’opposizione a una serie di istanze governative, i vertici della chiesa che erano presenti nella mia famiglia.

Lo stesso Proust ha effettuato un’operazione simile, ha ritratto, cioè, il suo mondo per fermarlo per sempre, consapevole di come l’aristocrazia, per lui allo stesso tempo oggetto di ammirazione e di critica, si stesse ormai avviando verso la fine. Per me, infatti, tra uno scrittore, un pittore, un cineasta, un fotografo o un musicista ci sono dei punti di partenza che sono molto simili – l’arte è di per se stessa un linguaggio.

Io faccio fotografie per due motivi: uno, perché le immagini sono le cose che più mi emozionano e, due, perché, nel fare questo, la fotografia è diventata un mio linguaggio. Sono molto attratto anche dalla letteratura, non mi pongo dei limiti, se in una seconda vita mi andasse solo di scrivere, lo farei e il motivo per cui mi piace andare a Londra è anche quello che mi dà l’opportunità occuparmi di altre cose.

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