La “fotografia lenta” e l’approccio relazionale

Intervista a Marco Delogu, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra.

– Prima puntata –

La Macchia –  Salve signor Delogu, come prima cosa intendo ringraziarla a nome mio e del giornale per averci concesso quest’intervista. Vorrei cominciare citando il critico d’arte francese Nicolas Bourriaud, che, riallacciandosi al noto saggio di Umberto Eco “Opera Aperta”, sostiene che per l’arte contemporanea si debba parlare di “arte relazionale” – per dirla con lui di “un’arte che assuma come orizzonte teorico la sfera delle interazioni umane e il suo contesto sociale, piuttosto che l’affermazione di uno spazio simbolico autonomo e privato”. Il Festival Internazionale della Fotografia di Roma da lei ideato conta all’attivo tredici edizioni, l’ultima delle quali dedicata al ritratto, e sembra essersi mosso in maniera sempre più evidente in questa direzione. Cosa ne pensa? Possiamo analizzare insieme il concetto di “fotografia lenta” di cui parla nella presentazione generale di quest’ultima edizione?

 

Delogu –  Io penso che il problema della “fotografia lenta” sia il vero problema della realtà fotografica di questi ultimi anni. Logicamente, è un problema che può anche essere definito di carattere difensivo: siamo continuamente invasi da fotografie e questo è dovuto in buona parte ai continui sviluppi della tecnologia. Affermando ciò non vorrei essere frainteso, ci tengo infatti a sottolineare come io sia un fautore della tecnologia, ossia una persona che crede nel progresso con tutte le sue aberrazioni e, pertanto, sono estremamente contento che non mi venga proposta l’abusata dicotomia digitale/non digitale, alla quale opporrei piuttosto quella di mente funzionante/mente non funzionante, così come quella di presenza di pensiero/assenza di pensiero e di esperienza/non esperienza.

Pensare la fotografia significa tutto, significa interagire con l’immagine e il suo soggetto, significa essere non un mero riproduttore, ma essere al contempo autore e attore della fotografia e, quindi, significa produrre immagini che sono completamente diverse da quelle che vengono effettuate in modo compulsivo, venuto meno com’è quello che un tempo era il freno del costo, dello sviluppo, della stampa.

Marco Delogu foto di Flavia Stefani

Marco Delogu
foto di Flavia Stefani

Personalmente, sono contento del mio incarico a Londra perché penso che la fotografia sia a tutti gli effetti un linguaggio, una disciplina artistica ormai sdoganata dalle strane discese in seconda categoria alle quali è stata sempre relegata e che, tra l’altro, sia sotto molti aspetti una disciplina orientata verso il presente.

Non sono così interessato al futuro in questo momento, ma al presente e credo che in un mondo che possiamo chiamare non senza intrinseche generalizzazioni e banalizzazioni “globalizzato”, una disciplina come la fotografia riesca a comunicare immediatamente con tutti senza barriere, senza industrie che si frappongano, senza problemi di tempo: io posso fare una fotografia e, nel giro di pochi minuti, la posso far vedere a tutto il mondo, senza bisogno di una traduzione o di una particolare spiegazione. Questo è un primo step. Logicamente, poi, il pensiero sulla fotografia passa anche per le dimensioni, la materia, l’interazione con lo spazio, l’interazione con il pubblico, per cui non voglio sezionare un pensiero fotografico che spesso è molto complesso, come dimostra il lavoro di numerosi fotografi. E’ anche vero che tutti quei fotografi che hanno lasciato un segno dagli anni Settanta in poi devono adesso fare i conti con delle nuove frontiere, con un sistema diverso di veicolazione della fotografia.

Il sistema che ancora più mi appassiona, tuttavia, è quello di vedere una vera stampa in un vero museo, in uno spazio, nell’ambito di una mostra pensata per quel determinato posto. E’ chiaro che, a monte, quello che mi interessa è un pensiero sulla fotografia. Pertanto, l’estetica relazionale è l’unica cosa che conta in quanto è un’estetica a cui si arriva a partire dal risultato, in un percorso a ritroso che è quello delle nostre vite specifiche che hanno portato alle nostre diverse visioni del mondo. Il problema relazionale, infatti, è l’unica chiave di volta nella fruizione dell’immagine.

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